03/11/2007

 

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Non due, ma una sola limpidissima faccia di Cucco

di Domenico Lo Iacono

Sul Giornale di Sicilia dello scorso 2 luglio, nella rubrica “Libri”, è apparsa una sbrigativa, ma non per questo meno offensiva, recensione di un libro di Matteo Di Figlia sulla storia politica di Alfredo Cucco. Il titolo dell’articolo, “Le due facce di Cucco, il ducino”, già la dice lunga su quanto poi scritto dal giornalista G.C. così si firma).

Chi scrive ha personalmente conosciuto Alfredo Cucco nel lontano 1956 e per diversi anni, attraverso una costante collaborazione al settimanale “I Vespri d’Italia”, ha avuto modo di conoscerne e apprezzarne la coerenza, la dirittura morale, l’alta spiritualità e religiosità, il grande valore umano e scientifico (non si dimentichi la sua opera anche di ricerca nell’oculistica). Insomma unica faccia e senza alcuna frenesia “ducistica”.

Ci sembra poi francamente incredibile che, a circa 70 anni dalle assoluzioni pronunciate dalla Magistratura, ci si possa ancora divertire a ritenere plausibile e, quindi, possibilmente veritiera, l’ipotesi di un qualsiasi legame di Cucco con la mafia. Ma, insomma, non si ripete oggi fino alla noia che le sentenze della Magistratura vanno accettate e rispettate?

Solo per Alfredo Cucco questa “massima” non dovrebbe valere? Quanto alle modalità, anche temporali, dalla sua riammissione nel P.N.F., premesso che sull’argomento esistono diverse tesi (è l’anno 1934, forse il più probabile, il 1936 o il 1940?), è certissimo, anche per affermazione dello stesso Cucco (vedasi “Il mio rogo” pubblicato in appendice al libro di Di Figlia), che non fu una semplice formalità e che, prima di riavere un incarico di prestigio (quello di vice segretario del P.N.F.) dovette attendere la Pasqua del 1943 e dopo che da un bombardamento alleato erano stati ridotti ad un cumulo di macerie la sua casa e il suo studio medico di via Villafranca. Interessante e persino commovente, la sua descrizione della notte insonne trascorsa prima di accettare l’incarico politico che, a quel punto, pur essendo certamente un riconoscimento, era per Cucco un immane sacrificio personale, familiare e professionale che Egli, per grande spirito di dedizione, non rifiutò pagandone interamente dolorose conseguenze.

Si possono certamente non condividere le sue idee politiche, che, comunque, non sfociarono mai nel razzismo, ma non lo si può accusare per qualcosa che pure la Magistratura del dopoguerra (non certamente sospettabile di filofascismo) ha ritenuto assolutamente inesistente assolvendolo il 3 gennaio del 1947 di ogni imputazione per il suo operato nella R.S.I. (sentenza della Corte d’Assise straordinaria di Venezia). E’ veramente venuto il momento di chiudere con la periodica riproposizione, spacciata per ipotetica verità, di una incredibile mole di accuse che, dopo tanti decenni, continuano a non fermarsi nemmeno davanti a delle sentenze inoppugnabili e definitive di varie Magistrature operanti in epoche diverse e politicamente molto distanti. Chi scrive, lavorando ai “Vespri” d’Italia, ha potuto constatare la lotta e l’avversione contro la mafia dell’on. Cucco (ancor oggi testimoniata in suoi numerosi scritti) nonché la sua profonda religiosità tanto vicina all’idealità di San Francesco e di Santa Caterina. Un Uomo che credeva profondamente nei suoi ideali per i quali nella sua vita ha pagato molto pesantemente.