19/11/2008

 

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Crisi dei consumi

Le ragioni che i poteri forti non vogliono vedere.

 

L’aumento indiscriminato dei prezzi al dettaglio registrato negli ultimi anni sta determinando il crollo dei consumi, purtroppo anche dei beni di prima necessità.

Ovviamente le cause sono molteplici, ed insieme all’aumento dei prezzi vanno considerati fattori dirompenti come la costante perdita del potere di acquisto per salari e pensioni e gli effetti indiretti della sempre più preoccupante crisi finanziaria ed economica.

La crisi globale sta determinando un vorticoso aumento della disoccupazione, sia in Italia che nel mondo intero. Quindi alle già esistenti difficoltà di raggiungere la fine del mese senza indebitarsi per chi è lavoratore o è pensionato, si deve adesso aggiungere il numero sempre più elevato di chi non possiede nessun reddito.

Dinanzi ad uno scenario così sconvolgente risulta assolutamente scontato riscontrare il crollo dei consumi: in assenza di liquidità dei consumatori non possono esserci consumi.

Ad ogni modo, esiste un altro elemento, che seppur in minima parte, comincia ad incidere sulle scelte di acquisto della gente: la valutazione delle conseguenze che determina una azione come l’acquisto di un prodotto; conseguenze sulla propria salute, conseguenze sull’ambiente, conseguenze sul futuro del mondo.

Ad esempio, forse la crisi dell’industria automobilistica, di portata mondiale visto che anche il colosso americano General Motors è a rischio fallimento, scaturisce non solo dalla crisi economica intesa in senso generale, ma anche dalla consapevolezza dei consumatori che si pongono nuovi vincoli civici e personali.

Le automobili inquinano l’aria delle città, moltiplicarne l’uso significa fare qualcosa che va contro la salute pubblica; ma potrebbe incidere anche la considerazione più personale e materialistica del prezzo del carburante, oramai considerato non più statico (prezzo politico) e coerente con i valori reali di mercato, bensì strumento di facile speculazione.

Anche in ambito alimentare, recentemente la gente è stata fortemente sensibilizzata ed informata sui rischi che si corrono consumando alimenti prodotti in siti avvelenati dai rifiuti tossici.

E’ stata finalmente fatta luce sui costi e sull’impatto ambientale che determinano imballaggi e trasporto dei prodotti da una parte all’altra del mondo.

Non sarebbe forse molto più semplice consumare gli alimenti prodotti nelle vicinanze senza necessariamente imballarli, confezionarli, conservarli e trasportarli per lunghe distanze?

Non sarebbe questo un risparmio enorme in termini di carburante?

Non sarebbe questo un modo valido per ridurre drasticamente l’inquinamento atmosferico?

Non sarebbe questo un modo per ridurre drasticamente la produzione di rifiuti di plastica, vetro, carta e cartone?

Forse esiste già una coscienza comune che vorrebbe un modo di fare economia diverso da quello attuale.

E’ bello immaginare, come già avviene in alcune limitatissime zone dell’Italia e del mondo, l’estensione della vendita del latte sfuso, per mezzo di distributori automatici, e così come per il latte anche per altri generi di prima necessità.

Bene, ci piace credere che una coscienza sociale di questo tipo già esista, ma è inevitabilmente compressa e contrastata dal macro - fattore che sostanzialmente impedisce al sistema di rinnovarsi: molte attività lavorative (si pensi in particolare agli operai delle fabbriche che producono beni da abolire in quanto inadeguati, agli addetti della grande distribuzione, gli intermediari , gli autotrasportatori, ecc.) non dovrebbero esistere più, dovrebbero trasformarsi, si dovrebbero prevedere nuovi modelli professionali, rivolti alla tutela dell’ambiente, al risparmio, alla salute pubblica, diversamente sarebbe il caos.

Così come denunciato recentemente dalla trasmissione televisiva "Report" andata in onda su RAI 3, la pesca industriale (i cosiddetti grandi pescherecci, dotati di tecnologie all'avanguardia) crea un grandissimo danno all'ambiente per produrre tanto quanto produce la pesca artigianale: non sarebbe un bene comune spingere politicamente affinché si riducano gli operatori della prima ed aumentino quelli della seconda?

E' così difficile perseguire gli interessi della collettività?

Della realizzazione di tale necessario scenario, estremamente rivoluzionario, non potrebbe che occuparsene la politica, la quale però sembra essere concentrata ad affrontare ben altre faccende, quasi come se non riuscisse a vedere dove sta andando il mondo.

Dall’altra parte, forse specularmente in quanto più conveniente nel breve periodo, i poteri forti dell’economia mondiale non fanno altro che parlare di rivitalizzare il mercato riconquistando la fiducia della gente e puntando nuovamente sul consumismo sfrenato.

Non crediamo sia questa la strada da percorrere; è invece auspicabile che i soggetti nelle cui mani è il destino del mondo, aprano una volta per tutte gli occhi alla realtà delle cose, indirizzando politica ed economia verso scelte coraggiose e radicali, diversamente sarà un disastro, per noi e per i nostri figli.