gennaio 2008

 

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Commemorazione di Alfredo Cucco

di Marianna La Barbera

Un uomo inflessibile e per nulla incline alla logica dei compromessi, un politico appassionato e un medico dalle grandi doti professionali e umane.

Così, a quarant’anni dalla morte, è stato ricordato Alfredo Cucco, fra i fondatori storici del Movimento sociale italiano, nell’ambito di un dibattito organizzato dalla fondazione “Giuseppe e Marzio Tricoli” e moderato dalla storica Gabriella Portalone.

Un momento di approfondimento che segue la recente pubblicazione del volume “Alfredo Cucco, storia di un federale” dello storico Matteo Di Figlia, e che ha contribuito a tratteggiare con chiarezza un’identità sulla quale, negli anni, hanno gravato accuse di mafia e razzismo. Oltre, naturalmente, ai giudizi di carattere politico.

Di origini madonite – era nato a Castelbuono il 26 gennaio del 1893 – Cucco dedicò la propria vita all’impegno politico e a quello medico: se la sua piena adesione agli ideali fascisti può essere, comprensibilmente, più o meno condivisibile, è invece incontestabile che, dal punto di vista professionale, fu uno dei massimi luminari dell’oculistica italiana del secolo scorso, i cui scritti di medicina varcarono anche i confini nazionali approdando in Germania, dove era particolarmente apprezzato.

A tracciare un efficace profilo del medico Cucco sono stati, nell’ambito dell’incontro, il collega Pietro Bazan, già direttore della clinica chirurgica della facoltà di Medicina di Palermo, e l’attuale presidente dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici Francesco Virga, ex deputato e di professione ortopedico, che hanno ricordato la meticolosità e lo scrupolo con il quale svolgeva il proprio lavoro, non di rado a titolo gratuito e praticando spesso visite a domicilio. Un uomo generoso che incarnò l’appartenenza a valori inequivocabilmente legati alla destra, primi fra tutti quello della Patria.

“Era una persona generosa – ha sottolineato la professoressa Gabriella Portalone - e al contempo intransigente nel culto dei valori: era estremista, nel senso buono del termine, e soprattutto coerente, sebbene ciò non gli impedisse di aggiornare gli ideali fascisti al divenire della storia, nello sforzo costante di adattarli al presente”.

Era la negazione vivente del vecchio detto latino “in medio stat virtus”, poiché le sue verità erano sempre estreme, e per questo, talvolta, facilmente strumentalizzabili, come nel caso dell’accusa di razzismo mossagli dai suoi detrattori.

In realtà, secondo la professoressa Portalone, Cucco non disprezzava affatto le razze diverse da quella italica, che l’ideologia fascista non intese mai esaltare a scapito delle altre, bensì rafforzare: una “rivoluzione” ideologicamente distante rispetto alla volontà conservatrice del nazismo.

“Il fascismo, in realtà – ha chiarito Portalone – mirava a costituire “l’uomo nuovo italico” : da questa volontà deriva l’attenzione massima rivolta ai valori dello sport e della pratica dell’educazione fisica”.

Cucco, secondo la storica, voleva dare un volto nuovo alla destra italiana: il suo percorso politico fu però tortuoso e difficile, secondo alcuni contrassegnato da un’ambiguità di fondo legata alla doppia appartenenza al movimento nazionalista e a quello fascista.

Un’accusa respinta con fermezza da Domenico Lo Iacono, già docente di Storia della facoltà di Scienze politiche, intervenuto alla conferenza organizzata dalla Fondazione, secondo il quale “Cucco non ebbe mai due tessere di partito, non tenne mai il piede in due staffe, anzi si adoperò proprio affinché si realizzasse una fusione tra nazionalismo e fascismo”.

Una testimonianza onesta e attendibile, anche alla luce del fatto che Lo Iacono conobbe personalmente Cucco nel ’56 e collaborò con lui al settimanale “I vespri d’Italia”: “Provava repulsione – spiega – verso la politica intesa solo come potere partitico, la considerava un mostro seducente, una sorta di “bacillo” e invitata i giovani a non diventarne schiavi, perché ne avrebbero subito una fascinazione negativa che li avrebbe condotti al disgusto”.

Militante nell’Associazione Nazionalista Italiana, nel 1919, fu tra i fondatori de “La fiamma” , divenendo in breve tempo uno tra i massimi esponenti del partito, tanto che, alle elezioni del 1924, risultò essere il primo degli eletti a Palermo e il quarto in tutta la Sicilia, riuscendo a dimostrare come fosse possibile vincere le elezioni anche dopo il delitto Matteotti.

Erano gli anni in cui Cucco fondava “Sicilia nuova”, giornale concepito per fungere da contraltare rispetto alle testate locali; la sua dedizione al nuovo strumento di informazione fu tale che, per sostenerne le spese economiche, dovette vendere alcune proprietà paterne. Proprio lui, che era stato accusato – ingiustamente, come si scoprì – di avere intascato soldi dalla mafia per acquistare una macchina nuova.

L’accusa di essere colluso con la mafia fu, in assoluto, la più infamante nella vita di Cucco, e, per un certo periodo, quella che rischiò più di altre di danneggiarne anche l’aspetto lavorativo. La vicenda si concluse con una totale assoluzione.

“Non ho conosciuto Cucco personalmente, per evidenti ragioni anagrafiche – ha detto intervenendo a conclusione dell’incontro Marcello Tricoli, consigliere provinciale di An e presidente della Commissione Cultura – ma per me è stato un maestro di vita, nonché un importante punto di riferimento nella vita di mio padre Giuseppe”.

E non ha mancato di ricordare, con amarezza, quando, nel 2004, alcuni consiglieri comunali di sinistra, si opposero alla proposta di intitolargli una via nel paese natio Castelbuono, malgrado il nulla osta del primo cittadino.

Una mancanza che lo stesso Tricoli si è impegnato a colmare facendo richiesta, alla Commissione Toponomastica di Palazzo Comitini, di intitolare una scuola, una strada o un sito culturale alla memoria di Cucco.