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26/09/2010 |
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La moda volta le spalle alle taglie forti di Rosalba Contentezza
Da circa 20 anni a questa parte è stato dato un nome a una terribile patologia che ha distrutto la vita di molte donne: Disturbi del Comportamento Alimentare, fra questi, tristemente balzati agli onori delle cronache recenti, anoressia e bulimia.
“Il Venerdi” della
Repubblica, del 17/09/10 ha in copertina una bella immagine di due Viene da chiedersi proprio questo…chi ha paura delle taglie forti? Guardando le modelle della foto, davvero pensiamo a donne in sovrappeso e per questo poco attraenti? Andiamo con ordine, intanto: cosa si intende per taglie forti? Se abbiamo in mente corpose signore dalla taglia 50 a salire ci sbagliamo, ormai da un decennio, per taglie forti, nel mondo degli addetti ai lavori, si intendono le taglie che vanno dalla 46 in su. Su stesse dichiarazioni delle agenzie, ormai le taglie richieste per la passerella sono dalla 38/40 in giù. Già questo dato apre a molte domande sul costume, sulla moda e sui modelli proposti e globalizzati. Ma sono davvero condivisi? Potrebbe sembrare soltanto un articolo di moda o di costume, magari a favore di una piuttosto che un’altra grande griffe di moda…ma in realtà c’è molto di più dietro questo, tanto di più. C’è un messaggio mediatico imponente che passa e si inserisce in ogni più piccolo anfratto della nostra cultura, si annida nelle nostre menti e nel nostro immaginario accompagnandoci ogni giorno e condizionando il nostro stile di vita… Al di là delle griffe, della moda e dei grandi marchi si veicola qualcosa che va ben oltre un abbinamento di colori o di stili, perché viene veicolato un modo di vivere e di pensare alla vita, un parametro importante che poi farà da spartiacque nelle nostre scelte, nel modo di guardarci e di presentarci agli altri. Non serve ricorrere agli studi di antropologia per sapere che da sempre i “modelli” proposti da una società, da una cultura hanno una fortissima influenza nella vita dei singoli, arrivando persino a determinare la diffusione di determinate patologie.
Dai dati attualmente emersi, sono circa tre milioni le persone che soffrono di anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari in Italia, due milioni dei quali è rappresentato da donne tra i 13 e 35 anni. Ma il fenomeno tende a diffondersi anche tra i maschi, tra le quarantenni e i bambini. Sono sempre più frequenti infatti i casi di anoressia e bulimia in età pediatrica, con la manifestazione dei primi segni della malattia già a 10 anni. Nel 2008 il ministro Meloni ha promosso un portale dedicato a questi disturbi, ancora prima Melandri in accordo con il governo spagnolo aveva promosso delle iniziative per la prevenzione di queste patologie.
Secondo studi internazionali recenti,
i Disturbi del
Comportamento Alimentare (DCA), sono prevalenti nelle
culture occidentali e raramente riportati nelle altre,
sono maggiormente prevalenti in certe subculture (es. ballerine, atlete,
modelle..); la psicopatologia, simbolizzata nella
nozione della magrezza, è promossa dalla cultura, nella quale
il soggetto si confonde e si fonde con forme a lui accettabili di
comportamenti indirizzati a dimagrire. I DCA emergono in altre
culture in seguito ad identificazione di queste con le forme culturali
occidentali. Secondo i ricercatori, i fattori che hanno
determinato l’aumento dell’incidenza dei DCA, sono: la
Vediamo di capirci di più: ecco, per sommi capi, cosa sono i Disturbi del Comportamento Alimentare. Secondo la classificazione medica, da manuale (DSMIV-R), fra i disturbi del comportamento alimentare (DCA), le patologie più rinomate sono l’Anoressia nervosa e la Bulimia. Parliamo di anoressia quando sono presenti: una diminuzione del peso corporeo al di sotto del 15% del peso normale, amenorrea per almeno 3 cicli mestruali consecutivi, intensa paura di ingrassare, alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso. La patologia può presentarsi o con una restrizione alimentare, priva di abbuffate, oppure con abbuffate e relative condotte di eliminazione. Parliamo di Bulimia quando sono presenti: ricorrenti abbuffate, condotte compensatorie per prevenire l’aumento del peso corporeo come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo. Le abbuffate hanno una frequenza media di almeno due volte la settimana per almeno tre mesi. Il livello di autostima è influenzato dalla forma e dal peso corporeo La patologia può presentarsi con o senza condotte di eliminazione. In generale si può affermare che l’anoressia colpisce circa l’1% della popolazione femminile in età adolescenziale ed adulta, la bulimia interessa il 3% delle donne. I maschi presentano i DCA con un rapporto 10 volte inferiore. I messaggi mediatici cui ogni giorno siamo esposti, che lo vogliamo o no, condiziona in maniera più o meno pesante le nostre scelte, dalla colazione della mattina, al vestito scelto per andare al lavoro piuttosto che ad un appuntamento, al tipo di intrattenimento o di relax scelto per la sera, passando per tutto ciò che utilizziamo e ci serve nella nostra quotidianità. Con questo non possiamo certamente stigmatizzare la moda, la globalizzazione o i mass media, ma possiamo certamente fermarci a riflettere sull’impatto sociale ed emotivo che hanno su tutti noi e sui più fragili in particolare. per promuovere o condannare determinati comportamenti lo stesso governo si avvale di spot televisivi, ne deduciamo che tutti siano ormai consapevoli della portata e dell’importanza dei messaggi trasmessi dalla moda e dai suoi modelli. E che legittimamente e soprattutto responsabilmente cerchino di utilizzare un canale tanto efficace per veicolare esempi e messaggi positivi. Quindi torniamo all’articolo de Il Venerdi di Repubblica, e scopriamo che se lo scorso anno, in linea con alcune delle indicazioni del governo, la linea “taglie forti” apriva le giornate della moda milanese, quest’anno invece viene totalmente depennata….Ergo continua ad essere proposto un modello femminile, e non solo, con un corpo che in natura non esiste: filiforme e magrissimo eppure molto femminile nelle curve che “devono” essere ammiccanti e importanti. Il messaggio sottile eppure forte e incisivo che poi passa è quello che fuori da questi parametri non c’è possibilità alcuna di bellezza, riconoscimento apprezzamento, accettazione, eppure si tratta dell’80 % delle donne reali, quelle che poi escono e vanno per negozi a fare compere e che cercando una propria valorizzazione non possono ritrovarsi in nessuno dei modelli circolanti. Non è certamente la moda che causa l’insorgenza di un disturbo alimentare, le cause sono varie e molteplici, ma il mondo della moda aiuta veicolando un messaggio che falsifica la realtà, spingendo a credere che l’ideale di bellezza è quello proposto, massificato, globalizzato e uniforme. Chi già non si accetta, non riesce a vedersi, viene aiutato ad annullarsi. Allora come funziona: paghiamo qualcuno, magari la vip del momento per fare uno spot contro i Disturbi alimentari, però al contempo non riusciamo ad approfittare di un evento così importante per veicolare lo stesso messaggio? Non possiamo che condividere la domanda che fa da titolo all’articolo: Chi ha paura delle taglie forti? Ma soprattutto perché? Si ha una vaga idea dei costi sociali che hanno i disturbi alimentari? Si sa cosa sono veramente queste patologie? Ma c’è davvero qualcuno che ha paura di promuovere una controcultura basata sull’essere piuttosto che sull’apparire, o tutto ciò è solo frutto della schizofrenia del potere economico? C’è veramente un progetto specifico alla base di questo “boicottaggio” nei confronti delle persone normali, ormai etichettate come “taglie forti”? E se così fosse quale sarebbe l’interesse nel trasmettere un simile messaggio di inadeguatezza nei confronti di milioni di persone? Nella migliore delle ipotesi questi eventi sono in conflitto fra loro, nella peggiore delle ipotesi quanto avviene mostra una totale mancanza di considerazione e serietà nell’affrontare temi come quelli della salute e delle problematiche giovanili. Da più di 10 anni a Palermo il C.T.I.onlus si occupa di queste giovani donne, del loro dolore, delle loro difficoltà ad uscire da questo tunnel. Andiamo nelle scuole a proporre programmi di prevenzione che mirino allo sviluppo di una controcultura alternativa che metta al centro l’individuo e le sue peculiarità, fisiche e psicologiche. Basta andare su internet per trovare blog e siti specializzati nella cura e nel trattamento, ma anche per trovare siti per la diffusione della cultura anoressizzante, dove le ragazze si scambiano consigli per perdere peso, ingannare i familiari sulla loro alimentazione, raggiungendo così le “taglie promesse”: inutile dire che le foto cui si ispirano e che pubblicano sono quelle delle modelle delle sfilate! Nella lunga pratica clinica del nostro studio abbiamo affiancato al lavoro di cura quello di prevenzione, cercando di promuovere una mentalità ed una cultura del benessere psicofisico centrato sulla persona e sull’accettazione del proprio se. Siamo andati nelle scuole, abbiamo organizzato seminari e progetti di promozione della salute, constatando con nostro grande rammarico una grande disinformazione relativamente a queste problematiche e una certa reticenza a trattare l’argomento. Superate le prime barriere, tuttavia, abbiamo scoperto che la sete di interventi in tal senso è altissima, anche se le risorse per affrontarlo in maniera adeguata sono esigue. L’attenzione delle istituzioni è altalenante e contraddittoria. Mentre si moltiplicano gli studi e gli interessi medici verso queste patologie e aumentano i centri che si specializzano nel loro trattamento, assistiamo, impotenti ad un disinteresse sconvolgente da parte di chi continua a proporre modelli iatrogeni e mutilanti. Alla luce di tutto ciò, l’articolo in questione solleva un problema non indifferente e cioè quello del messaggio veicolato da queste scelte di marketing: il corpo, e con esso l’identità, che non rientra nei parametri stabiliti da pochi in base a criteri avulsi dalla realtà, diventa un un corpo “anormale”, che non può avere attenzioni e cure, che non è all’altezza delle aspettative della società e che deve essere ignorato o addirittura nascosto!!!! Non ci resta quindi che concludere, dal canto nostro, che ahinoi, il C.T.I., insieme agli altri centri che si occupano del problema, avrà ancora molto da lavorare, per cercare di restituire ad ogni soggetto la propria normalità ed il rispetto di sè, sperando che qualcosa, nella sensibilità collettiva, possa finalmente cambiare. Con buona pace del lavoro di marketing e moda , cui fanno da contraltare le lunghe liste d’attesa per i ricoveri in strutture specializzate per la cura di questi disturbi. |
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