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Maggio 2010 |
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LA CAMERA DI COMMERCIO DI PALERMO PUBBLICA IL RAPPORTO “OSSERVATORIO ECONOMICO 2009” di Matteo Volpe e Massimo Pecoraro Un’analisi dettagliata delle condizioni economiche in cui versa la Sicilia con particolare attenzione rivolta al capoluogo e alla sua provincia: i risultati dell’ “Osservatorio economico 2009” sono stati presentati di recente presso la Sala Terrasi della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Palermo. L’edizione 2009 del Rapporto, che, di anno in anno fotografa la situazione economica del territorio, è stata realizzata dalla Camera di Commercio in collaborazione con l’Istituto Guglielmo Tagliacarne di Roma – che ne ha curato l’analisi macroeconomica strutturale e la raccolta dei dati statistici - la cui attività riguarda, oltre che la promozione della cultura economica, anche la realizzazione di analisi e studi afferenti il mondo delle piccole e medie imprese in rapporto al territorio. Il Rapporto relativo all’anno appena trascorso si inserisce in un periodo storico caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla recessione economica; per tale ragione, la sua veste strutturale è cambiata rispetto alle precedenti edizioni. A rinnovarne sia i contenuti che la scelta degli argomenti trattati, sono le indicazioni fornite dalla Commissione europea sulle statistiche nazionali e comunitarie, che, in relazione alla congiuntura economica e finanziaria suggerisce la tipologia delle ricerche e delle procedure nell’acquisizione dei dati statistici. Secondo il presidente della Camera di Commercio Roberto Helg, che, nel dettaglio, ha spiegato i contenuti del dossier, “il peggio sta arrivando ora e ci accompagnerà per tutto il 2010, con conseguenze pesanti sul fronte del lavoro: l’anno si è aperto, purtroppo, con una serie di situazioni critiche che toccano nomi importanti dell’industria siciliana e non solo, come Sicilfiat, Italtel, Keller, Fincantieri, ma anche aziende importanti del commercio”. Ciò che emerge attraverso i dati diffusi dalla Camera di Commercio è l’allarme occupazionale in atto in Sicilia e, sentitamente, nel comprensorio palermitano: il dossier, non a caso, è corroborato da un’indagine statistica che ha preso a campione 500 aziende, dalle quali vengono rilevati dati utili per definire le dinamiche congiunturali del 2009 e che permettono di esprimere delle valutazioni per il 2010, per quanto concerne il volume di affari, la produzione, la disoccupazione e gli investimenti e soprattutto di tracciare alcune linee per ristrutturare la fragile economia siciliana. Nello specifico, la spina dorsale dell’economia palermitana è prevalentemente costituita da ditte individuali con limitato patrimonio economico e, pertanto, maggiormente esposte alla recessione: è noto come la difficoltà delle piccole imprese sia soprattutto legata all’accesso al credito, la cui mancata facilità rappresenta un ostacolo insormontabile che non consente la serena gestione aziendale e tanto meno favorisce la crescita delle attività produttive. Gettando uno sguardo più ampio alla crisi, risulta evidente come la Sicilia non possa riversare sulla congiuntura sfavorevole in atto le colpe di un’economia già di per sé sofferente: la provincia di Palermo, per esempio, nel 2006 registrava un PIL che si attestava al di sotto della media regionale e nazionale e che, negli anni successivi, ha continuato a decrescere. “Nel solo 2009 in Sicilia –spiega il presidente nel documento – sono andati perduti 38 mila posti di lavoro, di cui 19 mila nel settore del commercio, che resta quello più colpito dalla crisi”. “Circa il 27 % delle imprese - rimarca Helg – tende a scaricare gli effetti della crisi finanziaria a monte, ritardando i pagamenti dovuti ai propri fornitori, propagando di fatto gli effetti della recessione lungo l’intera filiera produttiva e generalizzandola all’intero sistema: un ulteriore 13 % è costretto a ritardare i pagamenti a favore dei lavoratori, contribuendo così alla contrazione dei consumi finali, in una spirale perversa che, dal rallentamento della domanda, finisce per creare ulteriori problemi alle imprese”. A gravare sul sistema produttivo palermitano, è anche l’inadeguata competitività sui mercati, soprattutto quelli internazionali: immaginare una progressiva ripresa della produzione appare, al momento, problematico. Una situazione asfittica, quella in atto, che spesso è direttamente legata a forme di indebitamento illegali quali l’usura che, insieme alla lentezza burocratica che domina nel mondo amministrativo, può essere considerata il nemico numero uno delle imprese. Il fenomeno dell’usura porta con sé dati allarmanti: come sottolinea lo stesso Helg, il ricorso ai “cravattari” è cresciuto e “ il prestito usuraio sempre più spesso diviene una sorta di operazione giornaliera che prevede la restituzione in un arco temporale compreso tra le 24 e le 48 ore al massimo, con una richiesta di interessi che, in una sola settimana possono giungere al 60 – 70 %”. Purtroppo, non è affatto infrequente, per i commercianti in difficoltà, impossibilitati ad aspettare e a sostenere le richieste di garanzie previste dalle procedure adottate dagli Istituti di credito o finanziari, ricorrere a criminali senza scrupoli che assicurano loro - anche senza garanzie - l’erogazione del prestito, per far fronte alla necessità di reperire moneta sonante. In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, nella trattazione dei fenomeni criminosi, è stato evidenziato che l’usura è una piaga sociale difficile da sanare anche per la scarsa propensione della vittima a denunciare: nel 2009 nel distretto di Palermo sono state presentate solo 93 denunce. Congiuntamente all’usura, il pizzo è, per antonomasia, il fenomeno più insistente e dilagante nelle attività commerciali e costituisce la base del sistema lucroso di Cosa Nostra che ogni anno attinge dal legittimo commercio miliardi di euro. Come sottolinea il presidente, la Camera di Commercio di Palermo fonda le proprie attività sulla diffusione della cultura della legalità, “non solo come valore etico astratto ma come concretissimo fattore della produzione, divulgando il principio secondo il quale l’ economia senza legalità è pura diseconomia, che ci condanna al sottosviluppo: non bisogna cedere al ricatto mafioso, ci si deve ribellare denunciando e collaborando con le forze dell’ordine perché è giusto e anche conveniente”. “Nulla può giustificare la paura e il silenzio – osserva Helg - dopo gli importanti, significativi e incessanti risultati raggiunti negli ultimi anni dallo Stato, che hanno portato all’arresto di boss eccellenti e di centinaia di estortori, indebolendo significativamente la fitta rete del racket”. Altro dato interessante da sottolineare, riguarda il “parallelismo” tra famiglie e imprese: le statistiche, infatti, evidenziano come l’indebitamento dei nuclei familiari nei confronti di istituti di credito e finanziari sia cresciuto in maniera esponenziale: lo stesso accade per le imprese, soprattutto per quelle che rappresentano l’anello finale della filiera commerciale. La marginale crescita economica pone, di conseguenza, le piccole e medie imprese ad un’esposizione debitoria che, come già scritto, rimarca quella delle famiglie. Un peso enorme che alimenta la sofferenza delle aziende costringendole alla chiusura o alla significativa riduzione del personale occupato: in poche parole, un inevitabile circuito che riempie ulteriormente le già colme sacche di disoccupazione e porta irreversibilmente al tracollo del sistema economico. Ad aggravare l’attuale situazione economica del comprensorio palermitano, è, secondo Helg, la politica adottata dall’amministrazione comunale in merito ai servizi, a favore dei quali risultano sempre più esigui i contributi: come è noto, il Comune di Palermo ha più di una volta bussato alle porte del governo regionale e nazionale nell’impossibilità di fare fronte alle spese urgenti. Un capitolo a parte, nelle dinamiche socio – economiche della città, andrebbe dedicato alle aziende municipalizzate, che detengono la gestione dei servizi di pubblica utilità, e che, a causa di una dissennata gestione ormai platealmente riconosciuta anche dalla classe politica, sono sull’orlo del fallimento: il caso più eclatante e, al contempo, emblematico, è quello dell’AMIA, l’azienda collegata al Comune di Palermo che si occupa di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, triste protagonista negli ultimi anni di perdite economiche tali da mettere a rischio lo stesso bilancio comunale, a fronte di un servizio di qualità discutibile. Palermo, invasa dai rifiuti, deve misurarsi anche con l’emergenza trasporti: l’AMAT, società che gestisce gli automezzi urbani, fornisce un servizio ai cittadini con un numero esiguo di autobus (235 autobus utilizzati su 598 messi a disposizione) e come se non bastasse, nonostante i continui aumenti sui prezzi del biglietto, nel 2009 il bilancio ha mostrato una passività vicino ai 10 milioni di euro. “Il governo nazionale – evidenzia critico Helg - ha stanziato, in favore del Comune di Palermo, solo nell’ultimo anno, 310 milioni di euro per appianare i debiti dell’AMIA e 150 milioni di euro per investimenti di miglioramento del tessuto urbano”: ciò palesa l’evidente difficoltà e incapacità dei funzionari nell’amministrare le risorse e nel gestire programmaticamente la concretizzazione delle opere pubbliche. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per esempio, nel 2006 ha stipulato un contratto di appalto per 217 milioni di euro - 88 milioni a carico del Comune - per la realizzazione di tre linee tram per la città di Palermo che dovevano essere completate entro giugno del 2010: lo stato dell’arte è che neanche un metro di linea ferrata è stato ad oggi concretamente realizzato. Numerose sono le proposte avanzate dal presidente Helg per riavviare lo sviluppo e la crescita del territorio attraverso investimenti strutturali: dalla realizzazione di una tangenziale che assicuri il regolare collegamento autostradale tra Catania e Trapani transitando per il capoluogo regionale; il collegamento tra l’autostrada e il Porto di Palermo e l’ approvazione del Piano regolatore di quest’ultimo. La valorizzazione delle risorse territoriali e del patrimonio culturale potrebbero essere l’asso nella manica per l’economia palermitana e siciliana: il governo ha l’obbligo, non più rinviabile, di promuovere tali attività di sviluppo del tessuto urbano, così come quello di risollevare il comparto produttivo dell’artigianato che rappresenta un punto di raccordo fra le varie attività commerciali e un veicolo di sicura occupazione. La Camera di Commercio, in termini di sviluppo economico, ha da sempre sostenuto l’importanza dell’Ente Fiera del Mediterraneo come organo propulsivo per la valorizzazione territoriale. Il suo rilancio, dopo anni di commissariamento e dopo l’assenza della Campionaria dello scorso anno, promuoverebbe la crescita di diversi settori merceologici e restituirebbe alla cittadinanza una rassegna annuale di notevole prestigio. Andrebbero altresì riorganizzati e salvaguardati i mercati storici e rionali, i centri commerciali naturali e la piccola distribuzione: attenuare il disequilibrio eviterebbe alle grandi catene distribuzione di fagocitare le piccole attività già di loro vittime di abusivismi commerciali. Bisogna desistere dall’opinione che l’abusivismo commerciale sia un ammortizzatore sociale e convincersi che, invece, esso rappresenta una vera e propria patologia delle attività produttive, con l’unico risultato dell’incremento del lavoro in nero e dell’economia sommersa. Il riassetto, la valorizzazione e l’ammodernamento della rete distributiva passa attraverso quelle forme di aggregazione definite centri commerciali naturali: un insieme di imprese commerciali ed artigianali e di servizio che insistono in una determinata zona. La loro aggregazione oltre a dare un assetto al territorio dal punto di vista delle attività commerciali, eviterebbe l’insediamento di attività in regime di sleale concorrenza ed incrementerebbe la competitività delle singole imprese. Al di la di ogni commento è basilare evidenziare che Palermo con la sua provincia e così l’intera regione patiscono, forse in maniera più accentuata, una crisi economica che coinvolge ormai gran parte del mercato internazionale. La crisi nei mercati finanziari, nata negli Stati Uniti nella seconda metà del 2008, ha manifestato i suoi effetti anche in Europa. Dopo circa un anno il vecchio continente ha dovuto fare i conti con una flessione non indifferente nel campo economico soprattutto rispetto alle dinamiche dei consumi interni; in Italia, in particolare, nel primo trimestre 2009 il Prodotto Interno Lordo (PIL) ha avuto un decremento del 6,0% rispetto all’anno precedente durante il quale la contrazione era stata solo dello 0,4 %. Gli economisti italiani, alla luce dei timidi segnali di ripresa rispetto alla crisi dei mercati hanno manifestato ottimismo affermando che il peggio era passato, in quanto il trend negativo si sta assestando. Infatti il PIL dal precedente -4,6 % ha avuto un miglioramento dello 0,6 % così come le esportazioni, i consumi interni e gli investimenti (rispettivamente +2,5%,+0,4% e +0,3%). Sebbene tale ottimismo sia effettivamente giustificato dai dati appena riportati, nella realtà soprattutto nelle aree depresse del sud d’Italia la ripresa non è ancora percepibile. Nell’osservatorio economico sono stati dunque evidenziati tratti negativi di un’economia locale che parrebbe non potersi riprendere ma è proprio da questi studi che emergono nuove prospettive di rilancio, quali gli incentivi al capitale circolante utili ad abbattere il costo del credito; gli interventi pubblici per sbloccare i pagamenti delle forniture alla pubblica amministrazione e il razionamento del credito; il miglioramento dei servizi reali per aumentare la qualità dei prodotti locali e raggiungere determinate porzioni di mercato ad alta capacità di spesa; l’investimento in servizi di assistenza alla ricerca, allo sviluppo e all’innovazione tecnologica. |
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