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La Pubblica Amministrazione può fare quello che vuole. Anche non eseguire le sentenze

Sentenza annulla pretesa tributaria. L’Ufficio la disattende e procede con la riscossione. Il contribuente si rivolge di nuovo agli stessi giudici. Questa volta l’Ufficio annulla, ma i giudici non lo condannano alle spese processuali.

La Giustizia Tributaria è palesemente schierata. A favore del Fisco.

Se un contribuente/cittadino si oppone ad una pretesa ritenuta non dovuta e quindi illegittima può al massimo ottenerne l’annullamento, ma quasi mai il pagamento delle spese processuali. Restano a carico del contribuente, anche quando le stesse riguardano il tempo, lo studio, le azioni amministrative la redazione degli atti, eseguiti in proprio, oltre che lo stress ed il rischio di procedure esecutive della riscossione. Se invece il cittadino/contribuente si fa assistere da un avvocato o da un commercialista, allora il rischio, se non la certezza, è quello di ottenere la condanna alle spese dell’ente impositore in misura talmente inadeguata che nella stragrande maggioranza dei casi non basterà a saldare la parcella del professionista. In pratica il cittadino che osa contestare una pretesa tributaria ci andrà sempre a perdere, anche se ha ragione. Di chi è la colpa? Dei giudici tributari che oramai senza più veli o formalismi sono schierati con il fisco, la pubblica amministrazione, gli enti locali, l’agenzia delle entrate. Sono gli stessi Giudici che non esitano condannare, se soccombente, il contribuente che contesta una pretesa di 200/300 euro al pagamento di spese processuali anche per 1000/2000 euro. Come per dare il segnale. Non devi più opporti, anche quando pensi di avere ragione.

E la Pubblica Amministrazione fa quindi quello che vuole. Anche disattendere le sentenze dei giudici tributari. Si, perché tanto alla fine non subisce mai nulla. A dimostrarlo è il caso di un recente giudizio emesso dalla Corte di Giustizia tributaria di primo grado di Palermo, la quale ha affrontato la richiesta di un cittadino, destinatario di una intimazione di pagamento emessa dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione in relazione ad una cartella ed un ruolo annullati tre anni prima dalla stessa Corte con sentenza passata in giudicato. Nel corso dei tre anni il cittadino si è rivolto all’Agenzia ed all’Ente impositore sollecitando l’esecuzione della sentenza, ottenendo invece l’effetto opposto; i due uffici pubblici portano avanti la pretesa, viene emessa l’intimazione, e si trova ad un passo dalle azioni esecutive, il pignoramento. A questo punto è obbligato ad instaurare una seconda causa per tutelarsi. Nuovo, ricorso, nuova costituzione in giudizio, nuove memorie, nuove notifiche, altro tempo ed energie dedicati alla difesa di un diritto. Si difende da solo, conosce la materia. La sua controparte processuale è una cattiva Pubblica Amministrazione, scorretta, sicuramente non rispondente ai principi dettati dalla legge, economicità, trasparenza, collaborazione, efficacia; responsabile di una palese colpa grave, non ha ottemperato ad una sentenza. E’ una Pubblica Amministrazione che a seguito del secondo ricorso finalmente annulla l’atto che era stato già annullato 3 anni prima dai giudici. Finalmente. Cosa fanno i giudici a seguito del secondo ricorso? Dichiarano estinto il giudizio compensando le spese. Si, anche se l’articolo 15, del D. Lgs. n. 546/1992 dispone l’obbligo di condanna. Il cittadino/contribuente può essere contento di questa decisione? Aveva ragione. Ha sostenuto si poche spese, il contributo unificato, si è difeso da solo. Ma tutti i giorni passati a studiare, scrivere, notificare, controllare, costituirsi in giudizio, affrontare le udienze, non dovevano essere risarciti al pari di una prestazione professionale? Poi c’è la palese colpa grave dell’Ufficio, punibile con il risarcimento del danno come specificatamente previsto dall’articolo 36 del cpc. Ma lo abbiamo già detto, per la PA le leggi si applicano solo se conviene.

Direi che nonostante abbia raggiunto l’obiettivo, resta l’amaro di una triste verità, la giustizia tributaria non è imparziale ed il cittadino è vittima di questo sistema.

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